Da Lundgren a Ljubicic: tutti i prescelti di Sua Maestà

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In un periodo come questo in cui le competizioni ufficiali tennistiche sono in vacanza (ma non lo sono certo i giocatori che, con il 2016 alle porte sono già con i motori caldi pronti a ritornare in campo), la notizia che sicuramente ha maggiormente attirato l’attenzione di media e appassionati è il cambio di coach di Roger Federer, che ha interrotto un sodalizio quasi perfetto con Stefan Edberg, suo idolo d’infanzia, per intraprendere una nuova collaborazione, tutta da scoprire, con l’ex collega ed amico Ivan Ljubicic.

Prima di fare un passo indietro ed ripercorrere la storia di Federer vista dagli occhi (e soprattutto dalla testa dei suoi coach), credo sia giusto fare un po’ di chiarezza su questa vicenda del cambio di coach sulla quale si è detto e scritto molto, e questo ha provocato diversi equivoci ed inesattezze: Federer non ha “esonerato” Stefan Edberg preferendogli Ljubicic, è stata la leggenda svedese a “ritirarsi” dall’incarico per motivi personali, perlopiù riassumibili nel non avere più la voglia di viaggiare per 5o settimane l’anno. Roger, di conseguenza, se avesse voluto iniziare la stagione con un coach avrebbe necessariamente dovuto assumerne uno nuovo e la scelta è ricaduta sull’ex allenatore di Raonic.

Ma torniamo al punto. Quello che molti dicono ogni volta che lo svizzero intraprende un percorso con un coach è che Federer non ne ha bisogno e che l’eventuale selezionato farebbe semplicemente da riscaldatore di sedie sui campi di tutto il mondo. Quello che invece penso io è che tutti, anche se si chiama o gioca come Roger Federer, abbiano bisogno di una persona esperta che dia anche solo qualche consiglio tattico o sulla gestione di colpi e risorse fisiche durante i match. Ed è sostanzialmente ciò che stanno facendo i coach del 34enne di Basilea da qualche anno a questa parte, anche se sappiamo bene come anche un campione oggi perfetto ha avuto bisogno anche di tanti aggiustamenti tecnici all’inizio della carriera.

La mia opinione è che il suo allenatore più importante da quando ha esordito tra i professionisti (escludendo quindi il suo mentore giovanile, il compianto Peter Carter), sia stato Peter Lundgren. Per chi non lo conoscesse è il coach del primo Slam di Roger, quello grazie al quale ha smesso di essere un ragazzo eccessivamente irrequieto in campo e non ancora tecnicamente completo nel prototipo del giocatore perfetto sul quale oggi tutti i colleghi di Lundgren si limitano a limare i dettagli. Un altro luogo comune è che l’elvetico non sia proprio un mostro sulla parte atletica: niente di più falso! Come con i colpi, anche sugli spostamenti e la corsa Federer riesce a rendere il tutto molto naturale, come se non facesse fatica, e questo è sicuramente merito dello storico preparatore atletico Pierre Paganini (unico uomo che, a mio avviso, l’elvetico non dovrebbe MAI cambiare all’interno del proprio team).

Dopo un 2004 caratterizzato da tre successi Slam senza un coach, l’allora numero 1 del mondo si affida all’australiano Tony Roche, con il quale dal 2005 al Maggio del 2007 ha collezionato 6 vittorie nei Major su 10. Roche ha continuato il lavoro di Lundgren cercando di potenziare l’unico nervo tutt’ora scoperto di Federer (anche se i progressi oggi sono sotto gli occhi di tutti): il rovescio. Tuttavia, la grande pecca è stata l’incapacità dell’ex allenatore di Lendl di portarlo al trionfo al Roland Garros (peraltro unico Slam vinto da giocatore nel 1966), ai tempi ancora assente dalla bacheca dell’allora dominatore del circuito…. Vi ricorda qualcuno dei giorni nostri?

Finita la collaborazione con Roche e aperta la breve ma a dir poco imbarazzante parentesi con Josè Higueras, assunto appositamente per vincere a Parigi, o meglio per battere Nadal (sì, perché il vero problema fu il maiorchino non la superficie) salvo poi ottenere come risultato un barbino 1-6 3-6 0-6 (ancora oggi la più umiliante “ripassata” della sua carriera) ed un gioco poco incisivo nella prima metà della stagione (a dimostrazione che gli allenatori, se scelti bene, sono utili a chiunque), si mette nuovamente “in proprio” (senza un coach ufficiale ma seguito da Severin Luthi, capitano della nazionale svizzera che tutt’ora fa parte del team) fino all’estate 2010 quando decide di assumere Paul Annacone, ex allenatore di Pete Sampras, il quale decide di dimettersi da capo allenatore della Federtennis britannica e da capitano della squadra maschile di Coppa Davis pur di trasferirsi dalla corte della Regina del Regno Unito a quella del Re del tennis.

Ormai però l’età avanza e Federer sa perfettamente che ha ormai pochissime occasioni per migliorare il suo record di 16 titoli Major e Annacone ha due missioni: fargli vincere almeno un altro Slam e riportarlo in vetta al ranking ATP. Qui entra in gioco il karma: Roger lo Slam lo vincerà a Wimbledon, il posto in cui si è consacrato e quello in cui il suo coach dell’epoca aveva ottenuto i migliori risultati da giocatore negli Slam (quarti di finale nel 1984). Ma soprattutto, sarà il settimo titolo, grazie al quale eguaglia Sampras che il suo settimo titolo lo aveva ottenuto proprio con Annacone al suo fianco. Ultima curiosità, ma non per importanza, grazie a questa vittoria Federer torna numero 1 del mondo e diventa il giocatore in vetta più longevo della storia (287 settimane, che diventeranno poi 302), superando ancora una volta Sampras che aveva ottenuto il record sempre con Annacone allenatore.

Terminata la bellissima “relazione” con l’americano nel 2013 dopo l’anno più brutto della sua carriera per gioco e risultati, il 2014 è l’anno di coronare un sogno: farsi allenare dall’idolo di una vita. Stefan Edberg non ci pensa due volte e accetta di essere coach di Federer per un anno pur non accompagnandolo in tutti i tornei. Le cose però andranno talmente bene che decideranno di proseguire full time anche per il 2015 e all’ex numero 1 del mondo i fan di Roger devono tantissimo perché è grazie a lui che negli ultimi due anni abbiamo visto un “vecchietto” muoversi con la leggerezza di un teenager e giocare ancora con l’efficacia e la cattiveria di un autentico fenomeno. Purtroppo non arriva il successo negli Slam, che avrebbe ampiamente meritato, ma Djokovic negli ultimi anni è stato irraggiungibile per tutti.

Edberg ed Annacone sono accomunati da un identico filo conduttore: entrambi hanno capito che Federer avrebbe potuto continuare ai massimi livello solo se non si fosse intestardito pensando di vincere adattandosi alla tattica degli avversari ed imponendo la sua, fatta di scambi corti e di colpi profondi con lo scopo di avanzare nel rettangolo fino ad arrivare a rete per chiudere il palleggio; lo svedese ha avuto la fortuna di sfruttare l’ottimo lavoro dell’americano sul rovescio dell’allievo, oggi più che mai solido, e di dargli la fiducia nei propri mezzi necessaria per essere ancora al vertice, con un livello di gioco extraterrestre e dei colpi (come il nuovissimo SABR) che ancora oggi, a 34 anni, deliziano il pubblico di tutto il mondo.

Il prossimo capitolo, che ancora non sapremo se sarà l’ultimo, sarà quello del binomio Federer-Ljubicic. Due grandi amici, simili per eleganza, intelligenza ed idea offensiva di gioco, che da colleghi si ritrovano l’uno come allenatore dell’altro. È comprensibile lo scetticismo generale dopo l’addio a Edberg e a maggior ragione con l’assunzione di un coach alle prime armi come il croato, io però voglio andare controcorrente. Ljubo, oltre le qualità di cui sopra che lo avvicinano al suo nuovo “allievo”, vanta anche una collaborazione di lungo corso con Riccardo Piatti, uno dei coach più preparati del mondo che non lascia nulla al caso e con idee tanto chiare quanto efficaci, e secondo me imparare da un allenatore di tale esperienza può essere un’ulteriore freccia al suo arco.

L’ex numero 3 del mondo ha le potenzialità per sfruttare tutta la sua conoscenza del tennis e di Roger in particolare per potergli dare i consigli giusti, d’altronde al giorno d’oggi essere in quella posizione è un privilegio ed il sogno di tutti gli addetti i lavori, e per mantenerla bisogna perlomeno non far rimpiangere l’egregio lavoro di Edberg.

Il lavoro al capezzale dell’allievo più desiderato del tennis sta per cominciare. Buona fortuna, Ivan!

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Fausto Consolo

Studente di Giurisprudenza a Messina, città che mi ha dato i natali e nella quale sono cresciuto, sin dall'infanzia lo sport diventa una delle mie più grandi passioni. Scrivo di tennis, sport che pratico da sempre, ma adoro anche la pallacanestro e come tutti gli italiani sono cresciuto con il pallone attaccato al piede. Grande tifoso dell'Inter e dell'Orlandina Basket, i miei più grandi idoli sono Javier Zanetti, Gianmarco Pozzecco, Josè Mourinho e Kobe Bryant, ma il vero amore (con buona pace di queste grandi icone dello sport) resta Roger Federer.

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