Wimbledon donne: meno pressione, più Garbine

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L’aveva dichiarato anche in conferenza stampa alla fine della corsa da detentrice a Parigi. Sentiva troppo la pressione di dover essere la “defending champion” di un torneo dello Slam. Quella col bersaglio sempre puntato addosso, fardello che non le permetteva di esprimere il suo miglior tennis e di farlo con la serenità a cui si era abituata prima del primo grande acuto di una carriera ancora tutta da scrivere. Ma aveva anche aggiunto che, toltasi questo peso, avrebbe voltato pagina e sarebbe tornata la giocatrice di sempre.

Detto, fatto. Garbine Muguruza è tornata, e lo ha fatto in grande stile nel circolo in cui il portamento non è un aspetto secondario. In quel tempio del tennis in cui ha battuto, da sfavorita, chi lì dentro ci aveva ripetutamente trionfato. È stata una grande sorpresa ma un trionfo alla fine meritato: la spagnola corona il suo sogno e vince i Championships dopo esserci andata vicino nel 2015, fermata solo dalla sorella della finalista dell’ultima edizione, quella Serena Williams stavolta assente per maternità.

Facendo però qualche passo indietro, il torneo è stato ancora una volta caratterizzato dalla consueta incertezza ormai aleggiante sugli appuntamenti tennistici in rosa da quando la sopra menzionata futura mamma si è allontanata dai rettangolo di gioco in attesa della nascita del pargolo. Lo spot di regina della classifica occupato (fino a settimana scorsa) da Angie Kerber era traballante già da inizio Marzo, quando gli appuntamenti sul cemento americano hanno messo in palio i primi punti pesanti post Melbourne (ultimo torneo vinto, naturalmente, da Serena). Da lì in poi la apparente lotta a non guadagnare la prima posizione ha portato a tantissime sorprese e straordinarie ascese: basti pensare a Svitolina vincitrice a Roma e soprattutto a Jelena Ostapenko regina di Parigi senza aver mai vinto un torneo nel circuito maggiore prima di quel giorno.

Nulla di diverso ai Championships, o forse qualcosa: la nuova numero 1 stavolta c’è ed è Karolina Pliskova, vera papabile al ruolo dato il minor numero di punti da difendere. Ma anche lei ha fatto il possibile per non sedersi sul trono: fuori al secondo turno contro la Rybarikova in un match che, meriti dell’avversaria a parte (e di cui parleremo a breve), ha buttato letteralmente alle ortiche. Le speranze della teutonica erano legate alla finale, ma proprio Garbine Muguruza ha reso ufficiale la sua abdicazione sconfiggendola agli ottavi di finale. L’ultima possibile numero 1 rimasta in gara è stata Simona Halep, che per la terza volta in un anno (and counting) ha sprecato il “match point” per salire in vetta: in un match molto teso con la Konta (ed il pubblico di casa) la rumena ha avuto la peggio e ha dovuto ancora una volta rinunciare al traguardo.

Belle storie quelle di tre ragazze già nominate poc’anzi. Magdalena Rybarikova, Jelena Ostapenko e Johanna Konta hanno rappresentato, per motivi diversi, tre piacevoli sorpresi di questi Championships al femminile. La prima, mai una giocatrice di punta né sotto il punto di vista dei risultati né sotto quello mediatico, ha semplicemente giocato il miglior tennis della sua carriera ed è stata remunerata con la prima semifinale Slam di sempre; peccato per l’epilogo: eccessivamente severo il doppio 6-1 subito in semifinale dalla Muguruza ma non cancella lo straordinario traguardo raggiunto dalla russa. Passando alla 20enne di Riga e fresca vincitrice del Roland Garros, il suo merito è stato proprio quello di evitare che la campionessa dello Slam precedente si rendesse protagonista di un torneo da dimenticare, abitudine ormai consolidata dalla parti di Church Road; invece la lettone non ha sfigurato inchinandosi senza rimpianti ai quarti di finale dinanzi ad una superiore Venus Williams. Settimana da brividi, invece, per la nuova beniamina di casa: supportata dal pubblico che ormai la vede come un role model (da quelle parti si parla già di Konta Mania), la britannica ha dato vita ad una grande cavalcata frenata, anche in questo caso, dall’americana. Ma poco male, dovesse continuare nella crescita, in una divisione come quella femminile in cui le sorprese sono ormai all’ordine del giorno, potrebbe un giorno togliersi la grande soddisfazione di vincere trofei di prestigio.

Capitolo italiane neanche stavolta troppo felice: nella settimana in cui il Presidente Binaghi (al quale, al di là delle critiche, vanno i migliori auguri di pronta guarigione) è stato vittima di una emorragia cerebrale per fortuna non grave, il tennis azzurro non ha regalato grandi soddisfazioni, ma il sorteggio di certo non è stato clemente. Delle quattro connazionali in tabellone solo Camila Giorgi (da sempre a suo agio su questi prati) ha raggiunto il terzo turno, fermata solo dalla più forte Ostapenko. Sfortunata anche Francesca Schiavone, che (forse) saluta per sempre i Championships perdendo contro Elina Svitolina. Male Sara Errani e Roberta vinci, eliminate al debutto rispettivamente da Tsvetana Pironkova (buona erbivora) e Kristina Pliskova (di certo non brava quanto la sorella che comanda la classifica WTA).

La menzione finale la merita una 37enne americana, sette volte campionessa Slam e fino a un’anno fa data per finita, che ha saputo rialzare la testa dopo una malattia che ha rischiato di porre fine alla sua carriera issandosi nuovamente fino alla top 10 e raggiungendo ancora una volta l’atto finale dei Major. È Venus Williams, sorella maggiore di Serena e con lei dominatrice del circuito nei primi anni 2000. La “Venere Nera”, come ama nominarla il Maestro Gianni Clerici, ha ancora una volta stupito tutti, come fece insieme a Federer in quel di Melbourne. Stavolta entrambi avevano maggiore consapevolezza dei propri mezzi e anche la fiducia degli appassionati: mentre allo svizzero l’impresa dell’ottava incoronazione è riuscita, non è arrivato il sesto piatto d’oro per la statunitense, clamorosamente crollata (nonostante la grande esperienza) nel secondo parziale dopo aver avuto set point nel primo. Il 7-5 6-0 non le rende giustizia, ma ritrovarsi di fronte una Garbine Muguruza così libera da quel fardello faticosamente portato sulle spalle per un anno è stato troppo anche per lei.

Così anche una grande veterana si è dovuta inchinare ad una ritrovata campionessa che da lunedì è tornata nuovamente a portare un bersaglio sulla schiena, ma stavolta non ha alcuna intenzione di cedere alle frecce scagliate.

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Fausto Consolo

Studente di Giurisprudenza a Messina, città che mi ha dato i natali e nella quale sono cresciuto, sin dall'infanzia lo sport diventa una delle mie più grandi passioni. Scrivo di tennis, sport che pratico da sempre, ma adoro anche la pallacanestro e come tutti gli italiani sono cresciuto con il pallone attaccato al piede. Grande tifoso dell'Inter e dell'Orlandina Basket, i miei più grandi idoli sono Javier Zanetti, Gianmarco Pozzecco, Josè Mourinho e Kobe Bryant, ma il vero amore (con buona pace di queste grandi icone dello sport) resta Roger Federer.

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