Prima “Sir”, poi Sovrano: l’ascesa al trono di Andy Murray

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La travagliata carriera del Fab 4 sul quale si credeva di meno ha finalmente trovato tutte le tessere del puzzle al loro posto, ed il quadro completo può solo offrire un soddisfacente spettacolo. A 29 anni, Andy Murray ha raggiunto finalmente il traguardo che già i suoi 3 colleghi e rivali storici avevano tagliato in precedenza, balzando al comando del Ranking ATP a scapito di Djokovic, spodestato dopo 122 settimane consecutive (e 223 totali) di assoluto dominio. Ma strada che il 29enne di Dunblane ha incontrato nel viaggio verso le vette più alte del tennis mondiale è stata piuttosto tortuosa.

Sin dagli inizi da junior (che lo hanno visto insieme al fratello Jamie ed all’inseparabile mamma/coach Judy passare anche dall’Italia) era chiaro che il ragazzo avesse talento da vendere soprattutto perché, a dispetto dello stile di tennis che sfoggia in campo, lo scozzese è un giocatore completo capace di giocare molto bene anche a rete, oltre ad avere dei colpi di rimbalzo che sono una garanzia ed una prima di servizio che può fare molto male quando gestita al meglio. E queste grandi capacità sono le stesse che gli hanno permesso di scalare velocemente la classifica mondiale e di arrivare ad essere uno dei Fab 4, che negli anni di dominio non hanno dato mai possibilità agli altri di insidiare il loro status (motivo per il quale Federer, Nadal, Murray e Djokovic, pur non condividendo i primi posti del ranking o monopolizzando i trofei in palio durante la stagione, conservano tale titolo ad honorem).

L’unico vero problema, è che in quel periodo, mentre Roger e Rafa se le davano di brutto se le davano di santa ragione e Novak iniziava ad emergere, Andy, pur essendo un Fab 4 era e rimaneva indubbiamente l’ultima ruota di questo strabiliante carro di campionissimi. Mostrava ancora troppi difetti tecnici, tattici e di approccio alla partita per poter scalare le gerarchie all’interno di questo élite ma pian piano iniziavano a venire fuori i primi segnali di miglioramento grazie a tanti fattori che insieme hanno fatto la differenza.

Probabilmente la prima consapevolezza di potercela fare gliel’ha data un rivale, quello storico: Nole Djokovic. Con il 2011 da androide del serbo anche Murray ha capito che facendo i dovuti aggiustamenti il binomio Federer-Nadal non fosse poi così dominante. Sono così arrivate nello stesso anno tre semifinali ed una finale (a Melbourne) nei tornei Major e ad Ottobre ottiene il suo best ranking dell’epoca, scavalcando Federer al terzo posto e scrollandosi di dosso l’etichetta di “eterno quarto”.

Ma è il 2012 che regala i primi capolavori e una crescente fiducia nei propri mezzi: arriva una finale a Wimbledon che gli regala finalmente tutto il sostegno del pubblico britannico, fino ad allora abbastanza diviso sul suo conto, ma soprattutto un Oro Olimpico sugli stessi prati che lo avevano fatto piangere per il rammarico un mese prima. Il trionfo casalingo nella manifestazione a cinque cerchi vale per lo scozzese il titolo di “Sir”, concessogli direttamente da Sua Maestà Elisabetta II, ma soprattutto il vero e proprio trampolino di lancio verso la definitiva consacrazione. Basta attendere un altro mese e Murray conquista anche il suo primo Major a Flushing Meadows conquistando finalmente uno dei quattro trofei più importanti della disciplina.

Dopo 77 anni è lui il primo britannico a vincere lo Slam di casa e a raccogliere la pesantissima eredità di Fred Perry. Se l’anno prima tutto il Regno Unito lo aveva spinto con decisione verso un trionfo arrivato solo ai Giochi londinesi, nel 2013 lo scozzese è riuscito nella più che ardua impresa di diventare idolo assoluto anche degli inglesi, che storicamente con i “cugini” portano avanti una diplomatica rivalità (da quelle parti, se sei di Edimburgo, quando vinci sei britannico e quando perdi sei scozzese).

L’eco del trionfo casalingo è talmente incredibile che anche nell’estate successiva, nonostante sia stato Djokovic ad imporsi in Inghilterra, l’effigie di Murray è presente in uno dei tabelloni elettronici presenti all’ingresso dell’All England Club e non molto distanti dalla statua di Perry. In quel periodo la Gran Bretagna si preparava ad affrontare il referendum con il quale la Scozia avrebbe potuto ottenere l’indipendenza e la possibile perdita della nazionalità di Andy era diventata una delle più grandi preoccupazione dell’Inghilterra sportiva, come la guida del circolo di Church Road confermò quella mattina (durante la mia visita). Per la loro felicità, lo United Kingdom non ha perso né la paternità del titolo né la parte settentrionale della penisola (con buona pace dello stesso Murray, dichiaratosi contrario alla secessione).

Passata la sbornia dell’impresa, i due anni successivi hanno rischiato di trasformarsi in un ritorno al Murray immaturo, tanto forte quanto incompiuto. Solo una finale Slam ed alcuni passi indietro nella continuità di risultati. Nonostante tutto, non si può dire che siano stati 24 mesi privi di soddisfazioni, dentro e fuori dal campo: vince la Coppa Davis eguagliando il record di McEnroe e Wilander di 11 vittorie in 11 incontri giocati durante la stagione, ma soprattutto convola a Nozze con la sua Kim ed annuncia l’imminente nascita della prima figlia.

La piccola Sophia Olivia viene alla luce lo scorso Febbraio, qualche settimana dopo la sua ennesima finale persa a Melbourne, e come per i suoi rivali Federer e Djokovic la paternità è diventata uno stimolo in più per migliorarsi. Il resto della sua stagione è storia: secondo titolo a Wimbledon, secondo Oro Olimpico (unico singolarista maschile nella storia a riuscirci) e da oggi la prima posizione del ranking ATP.

Con la stagione che ancora aspetta le Finals di Londra e l’ufficialità del sorpasso in vetta arrivata già sabato pomeriggio grazie al ritiro di Raonic, lo scozzese ha comunque voluto legittimare l’apposizione di questa pietra miliare con il trionfo a Parigi Bercy con una vittoria sudata nei confronti di un volitivo John Isner che però ha dovuto cedere alla maggiore classe dell’avversario.

Dato il giusto merito al talento che gli dei del tennis gli hanno regalato dalla nascita e della straordinaria capacità di affinarlo di mamma Judy (spesso sottovalutata ma fondamentale per la sua crescita soprattutto nel periodo da junior e da fresco professionista), alla stabilità sentimentale/familiare ed agli stimoli offerti da rivali e momenti negativi della carriera, la spinta decisiva verso i vertici arriva senza ombra di dubbio da un fattore che merita una trattazione a parte.

L’asso nella manica ha un nome ed un cognome: Ivan Lendl. Il coach delle sue medaglie olimpiche, del suo primo Major, dei suoi Wimbledon e della sua prima volta da numero 1. Un uomo che da tennista ha avuto tante cose in comune con lo scozzese: dallo stile di gioco fondato sulla grande solidità da fondo (innovativo per i suoi tempi) e l’atteggiamento in campo non di rado irascibile. L’ex numero uno del mondo ha capito i suoi errori da giocatore ed ha trasmesso al suo allievo tutta la sua esperienza al fine di non farglieli ripetere, aggiungendo a ciò la grande maniacalità nel lavoro dettata dalla voglia di non lasciare nulla al caso. Eloquente il bilancio di Murray abbia vinto tutti i suoi Slam e i suoi Ori Olimpici con Lendl al proprio fianco e che la separazione del 2014-2015, insieme all’infortunio alla schiena ed alla parentesi poco redditizia (ma comunque non da buttare) con Amelie Mauresmo, hanno segnato un ritorno del neo numero 1 alle debolezze di un tempo.

Adesso che è il miglior tennista del mondo, a 29 anni, inizia una nuova fase della carriera di Andy Murray. Tutti gli occhi saranno inevitabilmente puntati su di lui e la sua testa sarà la più ambita da rivali ed outsider affamati rispettivamente di vendetta e di “upset”. Ma con la stagione 2016 al tramonto, le cose inizieranno a farsi particolarmente interessanti solo da Gennaio 2017, con il primo Slam della stagione subito pronto ad accogliere il circuito, la voglia di Djokovic di riprendersi il trono ed i ritorni attesissimi di Nadal e Federer. Melbourne sarà un primo importante banco di prova, ma quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare mente i deboli vengono travolti. Sta al numero 1 del mondo, Sir Andy Murray, decidere da che parte stare.

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Fausto Consolo

Studente di Giurisprudenza a Messina, città che mi ha dato i natali e nella quale sono cresciuto, sin dall'infanzia lo sport diventa una delle mie più grandi passioni. Scrivo di tennis, sport che pratico da sempre, ma adoro anche la pallacanestro e come tutti gli italiani sono cresciuto con il pallone attaccato al piede. Grande tifoso dell'Inter e dell'Orlandina Basket, i miei più grandi idoli sono Javier Zanetti, Gianmarco Pozzecco, Josè Mourinho e Kobe Bryant, ma il vero amore (con buona pace di queste grandi icone dello sport) resta Roger Federer.

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